* * *
Questa
è una relazione a stesura collettiva, abbozzata da un gruppo di
ufficiali italiani dell’A.R.M.I.R. durante il lungo viaggio di rientro
dalla prigionia in territorio russo verso l’Italia (arrivo a Tarvisio
il 7 luglio 1946).
Tale descrizione della vita vissuta in prigionia, con le relative considerazioni,
ha avuto una stesura definitiva alla fine d’agosto 1946, con la
collaborazione e l’approvazione dei 50 ufficiali ulteriormente rimpatriati,
fino allora trattenuti a Suzdal e a Maramaros-Sighet. E’ stata perciò
approvata dalla quasi totalità degli ufficiali rientrati e reperibili,
e con la astensione di un ristretto numero, causata da chiare motivazioni.
Trovandoci noi in presenza di ogni genere di affermazioni fuorvianti,
diffuse dalla stampa per fini che quasi sempre hanno poco o nulla a che
fare con la verità e la realtà dei fatti, si e sentito il
dovere di asserire la «nostra» verità di ufficiali
sopravvissuti in qualità di testimoni diretti, nella costante memoria
di tanti soldati caduti e scomparsi nel servire l’Italia; verso
i loro parenti che hanno atteso e attendono; verso quanti hanno il diritto
di sapere; verso l’idea stessa e il concetto morale di «verità»,
oggi così sfrontatamente ostacolata e conculcata.
E’ un dovere che noi tutti sentiamo, al di sopra di ogni diversità
delle nostre pur cosi varie opinioni politiche e filosofiche, e del nostro
credo religioso.
Agosto
1946.
Degli oltre 7000 ufficiali italiani caduti in prigionia sovietica, meno
di 700 sono i sopravvissuti, circa 650 i rimpatriati, meno di 30 quelli
che ancora si trovano in mani sovietiche. Degli ufficiali del vecchio
CSIR caduti prigionieri nel primo anno di guerra, 4 soltanto sono i superstiti.
E tutti essi possono raccontare singolari ed inaudite storie di lunghi
e minacciosi interrogatori diretti a conoscere notizie politiche e militari;
di ogni sorta di sistemi intimidatori e vessatori; di vere e simulate
esecuzioni; di lunghe permanenze nelle tristemente celebri carceri della
Lubianka e della Butilskaja, in condizioni alimentari ed ambientali tali
da ridurre l’individuo ben presto sull’orlo della tomba. L’ufficiale
prigioniero veniva considerato, nel primo anno di guerra, né più
né meno come un reo politico.
Una trentina sono i sopravvissuti fra gli ufficiali caduti prigionieri
nell'estate del 1942. I restanti dei superstiti, caddero in prigionieri
nel dicembre 1942 e nel gennaio 1943, in occasione dell'offensiva russa
che portò all'accerchiamento delle armate dell'Asse schierate sul
Don. La storia dei prigionieri del Don e una sola per tutti. Esausti dalla
lunga e faticosa ritirata, condotta in condizioni climatiche avverse nel
lungo inverno russo, lungi dal trovare presso i reparti dai quali venivano
catturati, comprensione e conforto materiale, essi furono esposti al più
inumano dei trattamenti. Depredati di tutto con sadica gioia (dagli oggetti
preziosi, fino agli occhiali, al fazzoletto, alle foto delle persone care)
quelli che scamparono alla immediata fucilazione al momento della cattura
(quanti furono trucidati unicamente perchè portavano i gradi di
ufficiali e quanti soltanto per essersi chinati a raccogliere una foto
strappata e gettata via con disprezzo! ) privati degli effetti di corredo
più idonei a proteggere dal freddo intenso, essi venivano ordinati
in interminabili colonne che si allungavano tragicamente, lente, nella
steppa bianca, durante giornate, durante settimane, spesso oltre la durata
di un mese. Sovente le colonne venivano arrestate in aperta steppa ventosa
e deserta, e bisognava spogliarsi al solo scopo di una ulteriore depredazione.
Nessuna pietà per chi, privato delle scarpe, avrebbe dovuto continuare
la marcia coi piedi avvolti in qualche straccio andando incontro al sicuro
congelamento, o per chi, gia depredato del pastrano, privato della giacca,
rimaneva con la sola camicia alla temperatura di 25-30 gradi sottozero.
Di notte, luride stalle senza imposte erano il ricovero insufficiente
di quei poveri relitti umani, costretti per intere settimane a dormire
accovacciati l'uno contro 1'altro per mancanza dello spazio necessario
a sdraiarsi. E quando la stalla c'era, era una fortuna. Perchè
tante furono le volte in cui il bisognò dormire sul pavimento gelido
d'una chiesa sfinestrata o sotto una semplice tettoia. E neve, neve, neve.
Per intere settimane, non un tozzo di pane. Persino le brave donne ucraine
ben disposte verso gl'italiani che avevano imparato a conoscere, venivano
spesso cacciate via in malo modo, quando si avvicinavano ad offrire un
tozzo di pane o un po' d'acqua. Il personale di scorta era stato imbestialito
dalla propaganda. E lo stato di esaurimento cresceva inesorabilmente.
I feriti, i congelati, gli esausti, sempre più di frequente si
abbandonavano su un ciglio nevoso del pesante cammino. E l'unico conforto
che ricevevano era la raffica liberatrice di un mitra (1). Man mano che
si procedeva verso i primi campi di raccolta (lontani centinaia di chilometri
dal fronte) diventavano più frequenti quei corpi cerei, nudi, stecchiti,
che dal ciglio fissavano con occhi vitreo il cielo. E più nessuno
vi faceva caso. Si possono contare sulle dita di una sola mano coloro
i quali, tra i superstiti, non sono venuti a contatto di tali tragiche
scene. Fu questa la prima colossale falcidia. Ma ben presto seguirono
le altre, quelle dei campi di smistamento: Krinowaja, Tambow, Miciurinsk.
Dove i sovietici superarono se stessi fu nel campo di Krinovaja. Furono
buttati l’un sull’altro sani ed ammalati, ridotti ormai tutti
larve di uomini, carichi di pidocchi, nei locali destinati ai quadrupedi
di una grande caserma, in 27 nel box destinato ad un solo cavallo, senza
paglia, senza luce, senza vetri alle finestre per fortuna scarsissime,
senza alcuna possibilità di lavarsi, senza un locale destinato
alla soddisfazione dei bisogni corporali, senza altra possibilità
di attingere acqua che ad un pozzo, nel quale si trovavano i cadaveri
di diversi militari ungheresi.
Languivano ed agonizzavano nel campo alcune decine di migliaia di uomini
di diverse nazionalità.
Il vitto per gli ufficiali, consisteva giornalmente in un centinaio di
grammi di pane di segala a forte coefficiente di umidità e pieno
di scorie, ed in due gavettini con sì e no qualche buccia di patata;
e, per i soldati, della stessa razione, distribuita ogni 4 o 5 giorni.
Ben pochi ne uscirono vivi. In poco più di 30 giorni tra febbraio
e marzo morirono in quel campo circa 27.000 uomini. La fame e la psicosi
da essa determinata erano tali che negli ultimi tempi si ebbero a riscontrare
tra i soldati diversi casi di antropofagia al giorno. Inutile parlare
dell’assenza assoluta di ogni trattamento sanitario. Ne molto migliori
furono le condizioni nei campi di Tambow e di Miciurinsk dove la mortalità
raggiunse del pari cifre altissime.
Si giunge cosi al periodo delle epidemie, le qua1i in simili condizioni
ambientali trovarono il loro terreno più adatto (tifo petecchiale,
tifo addominale, dissenteria, e più tardi difterite) (2). In tali
condizioni ebbe luogo verso la meta di marzo 1943 il trasferimento dai
campi di smistamento a quelli di concentramento. Ed ebbe luogo soltanto
per quelli che riuscivano a trascinarsi o ad essere trascinati da qualche
compagno in stato fisico migliore, per i chilometri che separavano i campi
dalle stazioni. Gli altri rimasero. E mai più nessuno ne ha saputo
nulla.
In treno, oltre al tormento della fame, quello della sete. Davano un pezzo
di pesce secco salatissimo e impedivano persino di scendere a prendere
un pugno di neve. Ci si concedeva il ghiaccio che si formava lungo le
pareti dei vagoni. E quanti hanno bevuto la propria urina! Si stava chiusi
in 45 per ogni carro merci. Mancava, come sempre ormai da mesi, e cioè
dal giorno della cattura, lo spazio materiale per stendersi. Tuttavia,
giorno per giorno, un po’ di spazio si faceva. Ogni mattina, infatti,
al saluto di prammatica del russo di scorta: “Kaput jest?”
(E’ morto qualcuno?), la pesante porta di ciascun carro scorreva
cigolando lugubremente sulla sua rotaia per lasciar passare almeno un
morto.
Poi, finalmente, i campi. Tutti vedevano in essi la resurrezione. Quanti
vi trovarono invece la morte! Una nuova marcia nella neve, spesso di decine
di chilometri, a passo di corteo funebre. E nei campi, la moria, il dilagare
delle epidemie, la pellagra, la distrofia, le polmoniti, le cancrene da
congelamento. Rapidamente la zona dei “lazzaretti” si estese
a tutti i singoli locali dei campi. E si chiamavano lazzaretti, non perchè
là si venisse curati, ché mancava ogni più elementare
mezzo di cura e di assistenza, dai medicinali al letto, ma perchè
lì si moriva.
L'alimentazione, alquanto maggiorata, era sempre fortemente deficiente;
negli ospedali si riceveva allora 400 grammi del solito pane nero immangiabile,
10 grammi di zucchero, due zuppe assolutamente liquide in cui galleggiava
qualche pezzo di verdura, e pochi cucchiai di “cascia” (cereali
bolliti). In compenso era sorto pero nei russi il culto dell'igiene, il
quale si esauriva nel farci fare il bagno. Ogni pochi giorni gli infermi
di qualsiasi malattia, e in qualsiasi stato, venivano accompagnati, seminudi,
attraverso interminabili, gelidi cortili, spesso privi di sensi, e perciò
barellati, al bagno. Ed il bagno mieté anch'esso le sue vittime.
Quanti vi rimasero. E quanti morirono delle conseguenze!
Quando abbiamo potuto fare raffronti, abbiamo constatato che una sola,
sempre la stessa, monotonamente identica, e stata la storia di tutti i
campi. (3)
Ai primi di maggio i sopravvissuti erano non più de1 15%, vere
larve umane. E dovevano essi stessi provvedere ai lavori dei campi, e
a quello del seppellimento dei morti, dopo aver scavato le fosse!
morti: là nelle fosse comuni, nudi senza un segno di riconoscimento,
senza una croce, senza che per via delle frequenti perquisizioni, a qualche
compagno pietoso, forse allo stesso che aveva gettato nella fossa l'amico
fraterno, fosse consentito conservare un biglietto con un nome ed una
data.(4)
A metà di maggio del 1943, giunse da Mosca il “pricas”,
“l’ordine” che nessuno più morisse (“pricas”
portato espressamente nei campi da generali sovietici). Eravamo rimasti
tanto pochi! Bisograva pure che qualcuno tornasse in patria alla fine
della guerra. Le razioni viveri e il trattamento sovietico migliorarono
sensibilmente. La razione alimentare, anzi, per un paio di mesi fu portata
ad un livello più che soddisfacente. Quelli che avevano superato
le malattie, o la fase più acuta di essere, si ripresero presto.
Molti ammalati entrarono presto in fase di convalescenza. E molti morirono
ancora in maggio, in giugno e anche in luglio. Poi il diagramma della
mortalità si abbassò fin quasi allo zero.
In vita erano rimasti pero meno del 10%. La razione alimentare, anche
se nuovamente abbassata era ormai sufficiente, a mala pena, a mantenere
in vita un individuo che non lavorava. E poi in quasi tutti i campi il
lavoro era obbligatorio, e a chi lavorava veniva dato un supplemento,
il quale almeno in quel periodo, specialmente in alcuni campi (per es.
Oranki) valeva ad integrare abbastanza la razione normale. Si era impiegati
di massima nei boschi, nelle cooperative agricole (kolkos), nelle costruzioni
di strade ed in ogni genere di lavoro. Nel novembre del 1943, dopo la
dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania, con molte promesse
e molte speranze di un prossimo rimpatrio, gli ufficiali italiani vennero
quasi tutti concentrati in un unico campo: il 160, a Suzdal (reg. di Wladimir),
a circa 200 chilometri a oriente di Mosca.
Anche qui, come negli altri campi, si sta molto stretti; su castelli di
legno a due piani in 16 o anche in 18, in camere di 20 o 25 metri quadrati,
dove e impossibile convivere se non restandosene ognuno al proprio posto
letto. Ma almeno c'è il grande vantaggio di non dormire in 300
o anche più in una unica baracca, come altrove avviene comunemente.
Inoltre in questo campo, a differenza della generalità degli altri,
una coperta ed un pagliericcio (sia pure di paglia vecchia di due anni
e trita) difficilmente sono mancati. Ed esiste il vantaggio di non dover
mangiare, come altrove avviene, sul proprio letto, perchè c'e una
mensa, sia pure organizzata in modo primitivo, con scodelle vecchie e
scorticate, e con barattoli arrugginiti dai quali un nostro mendicante
avrebbe vergogna di andare a prelevare il cibo alle mense assistenziali.
Anche per il vestiario ed il trattamento e stato, al 160, alquanto migliore
che altrove. Mentre fino all'estate 1944 non si era riusciti ad ottenere
che stracci in cambio di altri stracci, e mentre questo sistema continuava
anche dopo negli altri campi, d'allora in poi al 160 si ebbero delle assegnazioni
di vestiario tedesco non usato. Quello delle calzature rimase invece sempre
un problema: infatti a chi non potesse tenere miracolosamente in efficienza
le vecchie scarpe logore (riuscendo con sacrifici alimentari a farle rimettere,
dai calzolai del campo, in condizioni di durare alla bell'e meglio qualche
mese di più) riusciva di ottenere qualche paio migliore (con maggiori
sacrifici alimentari) da prigionieri di altra nazionalità catturati
più di recente. In generale non fu possibile che ricevere degli
zoccoli di legno; e alla fine la maggioranza era calzata cosi.
A parte la prima meta del 1943, in cui bisogno provvedere a tutti i servizi
più duri, e salvo che il comandante del campo non dichiarasse lo
stato di necessità (cosa avvenuta per altro abbastanza di frequente,
soprattutto nell'autunno e inverno 1945-46, per lavori agricoli, di trasporto
legna e di spalatura di neve alle strade) al 160 il lavoro fuori dal campo
non era considerato obbligatorio per gli ufficiali, come negli altri campi.
Molti pero, soprattutto quelli dalla costituzione fisica più esuberante,
furono sempre costretti ad offrirsi volontari per lavori esterni, specialmente
agricoli e boschivi al fine di integrare con qualche supplemento la scarsa
razione alimentare. Ai lavori interni del campo, pulizia dei locali, cucina,
barbiere, restauri, giardinaggio, ecc. nonché naturalmente lavatura
della biancheria personale, bisognava che anche gli ufficia1i al 160 provvedessero
da sé.
A
parte ciò, a parte le condizioni ambientali, già descritte,
a parte la scarsità delle razione viveri (aggravata dalla circostanza
che spesso si rimaneva per lunghi periodi, e a volte per mesi, in attesa
spesso di prodotti mancanti, e peggiorata dalla endemica scarsa onestà
dell’amministrazione dei campi) i disagi materiali maggiori risiedevano
nella fondamentale ragione che nei campi mancava tutto e non si poteva
procurarsi nulla. Prima di tutto perchè non era possibile avere
contatti con l’esterno; e poi perchè non venivano assegnati
che 10 rubli al mese, coi quali, almeno fino all'estate avanzata del 1945,
non era possibile comperare altro che il tabacco per 5 o 6 sigarette,
nei frequenti periodi in cui veniva sospesa la distribuzione. Soltanto
nell’estate 1945 fu possibile ottenere qualche foglio di carta e
qualche matita. Il commissario Fiammenghi diceva: le fabbriche di matite
ora, producono cannoni! Fino allora chi aveva scritto, lo aveva fatto
su involucri delle sigarette e sulla carta da imballaggio americana; si
erano raddoppiati gli oggetti di vestiario con aghi ricavati da un pezzo
di fil di ferro, ci si era pettinati con pettini di alluminio fatti a
mano con un pezzo di gavetta. Il prigioniero di Russia ha imparato a far
di tutto: cucchiai, pettini, zoccoli, spazzole, calze; e persino abiti
da sera per signora e monili per qualche rappresentazione teatrale improvvisata.
E prima di riuscirvi ha dovuto cominciare a costruirsi gli strumenti:
il martello, il trapano, il coltello, lo scalpello, l'ago, il ferro da
calza. Ed e partito dalle cose più elementari: un pezzo di legno,
di ferro, di fil di ferro; un chiodo, uno straccio vecchio; tutto era
buono per lui di fronte alla gravità dei disagi morali, l'entità
dei disagi materiali e stata però certamente inferiore. Tuttavia
l'entità dei disagi materiali e sempre stata enorme; essa, data
l’urgenza immediata con cui il superamento dei bisogni fisici si
pone davanti all'uomo, ha fatto si che anche le più gravi pene
morali, spesso passassero per noi in seconda linea e a volte addirittura
non venissero sentite. E questo e dir tutto. Basti pensare alle privazioni
del diritto di corrispondere con le famiglie. Soltanto negli ultimi tempi
alcuni privilegiati hanno ricevuto nuove da casa, mentre tanto si e abusato
dell'ansia che ciascuno aveva di far giungere a casa qualche notizia,
per far sottoscrivere messaggi di contenuto politico non sentito, o addirittura
di far scrivere, sotto dettatura da ufficiali e soldati, lettere alle
rispettive famiglie, per presentare come persone «cui dovevano la
vita» ex emigrati politici che rientravano in Italia. Basti pensare
al trattamento da parte degli ufficiali e soldati sovietici, particolarmente
nei primi anni inumano, inurbano, e sovente accompagnato da insulti e
da violenze, ad ogni modo sempre pieno di disprezzo. Quante volte ci siamo
sentiti rinfacciare il solito: «perchè siete venuti in Russia?».
Quante e quante volte ci siamo sentiti ripetere, e talvolta in pubbliche
riunioni, personalmente da comandanti di campo, che con l'ammetterci al
lavoro assieme agli operai e ai contadini sovietici, il governo della
Russia ci dimostrava la sua volontà di «riabilitarci».
Basta pensare alla facilità con cui per futili motivi (per esempio
fumo in camera, ritardo alla sveglia, gioco delle carte fatte in legno
di betulla) si veniva gettati nel cosiddetto carcere (un locale quasi
sempre sotterraneo, senza luce, non riscaldato, nel quale bisognava restare,
senza pagliericcio né coperte e con la razione viveri più
che dimezzata). Basta pensare alla Impossibilità di dedicarsi a
qualsiasi genere di studio, data la mancanza, oltre che delle condizioni
ambientali. di ogni mezzo, che non fossero le pubblicazioni di propaganda
comunista in tutte le lingue, e molte tradotte in italiano o i libri (non
molti inverno e tutti in lingua straniera) di una vecchia biblioteca di
nobili russi. Basti pensare infine alle frequenti umilianti perquisizioni,
in cui veniva tolto fin l'ultimo pezzo di carta scritta.
Ma una, grave sopra tutte le altre, è stata la pena morale di questi
durissimi anni. Ed è stato l'incubo sotto il quale siamo stati
tenuti: l'incubo dell'ignoto, l'incubo del mancato ritorno (incubo che
ci ha tormentato fino al momento in cui abbiamo varcato la linea di demarcazione
alleata). Esso è stato suscitato e tenuto in noi vivo, in modo
collettivo ed individuale, volutamente attraverso allusioni, doppi sensi,
minacce, trasferimenti punitivi ed altro; ed è stato voluto allo
scopo di tenerci meglio nella morsa della pressione morale necessaria
al raggiungimento di certi fini politici. Purtroppo è doloroso
dover dichiarare che a ciò hanno prestato validamente la loro opera,
nei vari campi, diretti dalla loro centrale di Mosca, degli italiani:
i cosiddetti «istruttori politici» esponenti del PCI nella
Russia.
L'opera di penetrazione politica è stata iniziata con una certa
consistenza nei campi non appena il periodo delle epidemie andò
avviandosi verso la fine, e precisamente nei maggio 1943. Condotta sempre,
almeno esternamente sotto la bandiera dell'antifascismo (in modo che riuscì
ad attirare al suo seguito, specialmente al principio, ma talvolta anche
in seguito, nella speranza d'imprimere una qualche moderazione, non pochi
elementi sani e di buona fede) essa dimostrò di avere lo scopo
essenziale di stroncare ogni tendenza antisovietica, e di fare della politica
filobolscevica e dei proseliti al PCI. Per il raggiungimento di tali obiettivi,
oltre che del mezzo dell'agitazione politica (basato in gran parte sul
monopolio delle notizie dall'Italia e dal mondo) i commissari politici
ed i loro collaboratori italiani specializzati nell'istigazione all'odio
reciproco, si avvalsero di altri mezzi più efficaci. I principali
furono: la cosiddetta «scuola antifascista», i lunghi opprimenti
interrogatori nonché le deportazioni in campi di punizione.
La scuola (campi 27/2 e campo 165) era destinata allo studio delle teorie
comuniste ed a scalzare l'idea della famiglia, della religione, della
disciplina, ecc... Vi si effettuavano dei corsi semestrali di ufficiali
e soldati, programmati (per dichiarazioni dì d'Onofrio) e talora
visitati dallo stesso Togliatti, organizzati da Edoardo d'Onofrio e svolti
da istruttori russi ed italiani (tra gli altri Paolo Robotti). Attraverso
i dibattiti e le polemiche che venivano suscitate, si era in grado di
sceverare gli elementi sui quali si poteva fare minor assegnamento; o
che bisognava addirittura eliminare, mentre sugli altri veniva concentrata
tutta l'attenzione. Attraverso interrogatori a base di seduzioni e di
promesse, e spesso anche di minacce e di ricatti, si cercava poi di ottenere,
tra questi ultimi, informazioni politiche, militari, economiche e di impegnarli
alla collaborazione durante e dopo la prigionia ed all'opera di delazione
nei campi.
Gli interrogatori sono stati il più forte incubo di tutti i prigionieri.
Venivano effettuati molto spesso (soprattutto nei primi tempi) nel cuore
della notte, e nei momenti in cui la fame era maggiore (all'ora dei pasti)
e si protraevano di solito per alcune ore. E tendevano soprattutto ad
individuare i caratteri deboli ed a fare presa su di loro, per poi ottenerne,
coi soliti metodi di minaccia (morte, deportazione, permanenza a vita
nella Russia) e di promesse (rientro anticipato in Italia, magari per
combattere con i partigiani ma naturalmente agli ordini dei sovietici;
appoggi finanziari, professionali, ecc.) per il futuro; possibilità
di corrispondere con i familiari, contro le solite informazioni e i soliti
impegni a collaborare (sul piano politico, economico e militare) con le
organizzazioni di informazione sovietica in Italia e fuori d'Italia o
per lo meno (per gli individui meno dotati) a svolgere opera di delazione
in campi di concentramento. Alcuni «soggetti» furono a tal
fine isolati e «lavorati» alle tristemente celebri carceri
di Lubianka e della Butilskaja: così i tre generali, i quali vi
furono trattenuti per 70 giorni; così una decina di altri ufficiali.
Altri, una volta individuati vennero, per poterli «lavorare»
meglio, trasferiti in piccoli gruppi in campi di isolamento. A tal fine
vennero impiegati particolarmente il campo 20 (Villa) e il 27/I. Il primo,
meglio noto sotto il nome di «Villa», aveva acquistato presso
di noi tale denominazione, oltre che per la natura dell'edificio in cui
era sistemato (una villa in verità abbastanza modesta nei pressi
di Mosca), per il tenore di vita materiale che vi si conduceva, il quale
era naturalmente confortevole, rispetto a quello degli altri campi (c'erano
persino i lettini e dei piatti). Il secondo invece si proponeva lo stesso
fine attraverso un metodo del tutto opposto. Si trattava di un campo di
lavoro, dove il trattamento morale e materiale, nonché le condizioni
ambientali ed igieniche, erano pessime sotto ogni riguardo; ed era evidentemente
destinato ai caratteri che meritavano di essere sottoposti alla prova
(delatori appositamente a ciò destinati s'incaricavano di riferire
sulle loro reazioni). Gli individui da «lavorare» venivano
generalmente trasferiti in questi campi, assieme ad un certo numero di
colleghi, dei quali alcuni dovevano essere sottoposti a speciale vigilanza,
mentre altri venivano lasciati relativamente in pace e servivano unicamente
a che non risultassero chiare le ragioni di trasferimento di campo di
un piccolo gruppo dì ufficiali.
Il terzo dei principali mezzi attraverso cui la pressione politica venne
esercitata fu, come si è detto, la deportazione in campi di punizione.
Gli organi della E.K.W.D. erano in grado di apprendere,
tramite gli istruttori politici, i quali si avvalevano dell'opera di delazione
delle cellule create nei campi con i sistemi già indicati (oltreché,
soprattutto nei primi tempi, facendo leva sulla potenza dello stimolo
della fame), quali fossero gli individui i quali più energicamente
presentassero resistenza all'opera di penetrazione politica filobolscevica.
E, quando altri mezzi di persuasione si rivelavano insufficienti provvedevano
al loro trasferimento, isolati o in piccoli gruppi, per destinazione ignota.
In tal modo sono stati allontanati dalla comunità degli altri,
degli ufficiali dei quali poi non si è appreso nulla. Questa l'atmosfera
morale di incubo, di sospetti, di diffidenza, di odio, nella quale si
sono vissuti i duri anni della prigionia; atmosfera di continua tensione
spirituale, che ha messo a dura prova i più saldi sistemi nervosi,
che raggiungevano il punto di massima depressione tutte le volte che nei
campi si vedevano giungere degli ufficiali dell'E.K.W.D. mai visti, dei
misteriosi personaggi in borghese o il signor Robotti, il rappresentante
del PCI a Mosca; allora tirava vento di interrogatori e tutti tremavano.
Così questi anni sono passati. Altri sono morti; altri si sono
ammalati; altri sono scomparsi dalla circolazione altri si sono convertiti
al comunismo. Pochi (forse 4 o 5) sono partiti per l'Italia un anno prima
degli altri, misteriosamente. Ma nessuno allora ne seppe nulla. Poi giunse
il nuovo calvario: l'epoca della snervante, dell'interminabile attesa
del rimpatrio. Nell'agosto 1945, l'annuncio del rimpatrio prima dell'inverno.
Nell'autunno la partenza dei soldati (e con essi di una quindicina di
ufficiali). Svariate volte le brigate di ufficiali dislocate a lavorare
fuori dal campo vennero fatte rientrare d'urgenza «per partire per
l'Italia». Una volta, nell'ottobre, vi fu addirittura al 160 una
veglia notturna, e gli ufficiali vennero tenuti per oltre due ore in cortile
su piede di partenza. Ma la partenza non avvenne. E anzi nel dicembre
ci si disse essere stato convenuto dagli alleati che gli ufficiali avrebbero
dovuto essere rimpatriati soltanto dopo i soldati; i quali, per altro,
dalla Russia erano ormai partiti.
Poi per alcuni mesi più nulla e i mesi dell'inverno 45-56 furono,
per le condizioni alimentari, ambientali, mancanza di riscaldamento, di
lavoro, di trattamento morale, i peggiori dopo il 1943. Anzi non mancavano,
spesso, da parte delle autorità sovietiche dei campi (per quanto
smentite dalle autorità del PCI) chiare allusioni alla interdipendenza
del nostro rimpatrio con l'atteggiamento politico interno ed internazionale
del governo italiano.
L'ordine di partenza finalmente giunse il 6 aprile 1946. E, dopo una ventina
di giorni di attesa in segregazione, e minuziosa perquisizione, il grosso
degli ufficiali italiani partì dal campo 160 dove era concentrato,
restando trattenuti però gli ufficiali, generali e superiori, nonché
una ventina di altri ufficiali (in tutto 50). Sarebbe qui troppo lungo
descrivere le peripezie del viaggio, durato circa tre mesi, e per alcuni
di più. La cosa esigerebbe una descrizione a parte. Ad ogni modo
è risultato chiaro a tutti che il nostro viaggio, nell'epoca del
suo inizio, nel suo svolgimento, nelle sue soste, nei suoi episodi, ha
avuto sempre alla base la ragione politica. E' stata questa che ha consigliato
di farlo iniziare alla vigilia della campagna elettorale per la costituente
italiana. E' stata essa che ha consigliato la lunga sosta per oltre un
mese a Odessa, dove fin dai primi di maggio erano concentrati tutti gli
ufficiali italiani e di dove faceva più comodo che all'epoca della
costituente giungesse in Italia una trasmissione radiofonica addomesticata,
di quanto potesse farlo l'arrivo degli ufficiali reduci in carne ed ossa.
E' stata essa stessa che ha consigliato in giugno, durante la crisi istituzionale
e le discussioni circa la validità del referendum, la sosta di
una quindicina di giorni a Sighet in Romania. E' stata essa infine che
appunto in questa città ha consigliato al signor Robotti, ispirato
dalla cellula comunista della nostra comunità, a ottenere dalle
autorità sovietiche che 50 nostri compagni, i quali più
apertamente solevano esprimere la propria indignazione contro il trattamento
subito durante la prigionia, venissero ancora trattenuti, anziché
rientrare in patria con gli altri.
Come Dio volle, la sera del 6 luglio, dopo una ulteriore permanenza di
una decina di giorni nel campo sovietico di S. Valentino in Austria. circa
520 ufficiali superstiti dell'ARMIR vennero consegnati a Vienna a al Comando
militare britannico, il quale provvedeva a che la sera del giorno successivo
essi varcassero la frontiera italiana a Tarvisio. Era il 7.7.1946.
Una quindicina di giorni dopo, sono rientrati i 50 fermati a Sighet.
Verso la fine di agosto, in due scaglioni, sono rientrati i 50 trattenuti
al 160 al momento della nostra partenza e con essi qualche altro ufficiale
che si trovava nei così detti campi di punizione o di isolamento.
Restano ancora in Russia i tre generali; tre maggiori ed una quindicina
di altri ufficiali tra i quali un dottore e due cappellani.
Hanno avuto così termine, per noi, questi dolorosi anni. Quanti
di noi, però, soltanto nel varcare la soglia di casa hanno appreso
i lutti della loro famiglia. Ma nessun scampato può non farsi eco
anche del grido di dolore che durante quella penosa parentesi della sua
esistenza a lui è giunto da innumerevoli voci di prigionieri e
di internati di ogni nazionalità, di ogni grado, di ogni condizione
sociale, di ogni sesso, spesso strappati arbitrariamente ai loro affetti
nei diversi paesi di occupazione. Né può non farsi eco del
grido di dolore che da tante, da tutte le parti, presso lo stesso popolo
russo, nel suo fondo semplice e generoso, e dai paesi occupati, si leva
contro un oscuro sistema di tirannia poliziesca.
Sottotenente
Giusepe Bassi
120° Reggimento Artiglieria Motorizzato
Campi di Sudzal, Oranki
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