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Sbucò all'angolo della strada, la prima volta che lo vidi.
Il passo attento, mi venne incontro sul lungomare di Pesaro.
“Patrizia?”
“Sì, sono io.” Gli tesi la mano, un po' impacciata. Mi abbracciò, senza formalità.
L'osservai. La severità del naso si arrendeva, circondata com'era dal sorriso e dagli occhi buoni.
Veloce, gli presentai mio marito e i miei figli.
“Venite, andiamo a casa, dove è più fresco.”
L'ingegner Gino Papuli fece strada e, dopo pochi minuti, raggiungemmo il suo appartamento, affacciato su un viale ombroso.
Nella primavera del 2000 stavo leggendo “Fronte russo, c'ero anch'io”, di Giulio Bedeschi.
A pagina 345 del primo volume lessi: “[…] Per me che provenivo dall'ippotrainata era uno spettacolo insolito: in luogo di una coreografica fila di cavalli fumiganti, una composta colonna di sessanta automezzi; invece di un fitto scalpitio soffocato dalla neve sabbiosa, un contenuto rombo di motori. […]”.
Sobbalzai. Forse questo signore aveva fatto parte, in un primo tempo, delle Volòire, il Reggimento Artiglieria a Cavallo di nonno Ezio.
Il nonno era partito da Milano con i complementi verso la fine di novembre, nel 1942. Giunto in linea dopo un lungo viaggio in treno, aveva fatto in tempo a scrivere due lettere a mia nonna. L'ultima portava la data del 6 gennaio 1943. Poi più nulla.
In casa, quando ero bambina, parlavamo spesso, di questo nonno. Mia madre non ricordava niente del padre. Quando era partito per la Russia , lei aveva appena compiuto un anno. Ma la nonna, per tenerne viva la memoria, ogni tanto raccontava episodi, o mostrava piccoli rettangoli color seppia, con il bordo seghettato.
Nel 1999, quando mio marito e io acquistammo il primo computer, decisi che tale svolta tecnologica, supportata da molti libri, poteva essere utile per cercare notizie del nonno.
Quel pomeriggio del 2000 corsi in fondo al brano. C'era scritto Sottotenente Gino Papuli, II Gruppo, 120° Reggimento Artiglieria Motorizzato.
Alla fine del libro, lo sapevo, Bedeschi aveva inserito una lista con gli indirizzi degli autori delle testimonianze contenute nel volume. Eccolo lì, Papuli dr. ing. Gino.
Chiamai la Telecom e in un attimo mi diedero il suo recapito telefonico. Lo scrissi su un foglietto e ci misi almeno due giorni, per decidermi a comporre il numero.
Lettere e mail ne avevo già inviate parecchie, ma non avevo ancora avuto l'occasione di parlare con un reduce. Il timore di essere importuna, di riportare alla mente ricordi drammatici, in molti casi dolorosi, era forte.
Rispose subito. “Pronto?”
“Parlo con l'ingegner Gino Papuli?”
“Sono io.”
“Mi chiamo Patrizia Marchesini e sono la nipote di un artigliere scomparso in Russia. Vorrei sapere se lei conosce le Volòire.”
“Non molto. Mi sembra fossero con la Divisione Celere. Suo nonno come si chiamava?”
“Eczelio Venturi. Ma tutti lo conoscevano come Ezio.”
“Il nome purtroppo non mi dice niente.”
“Era solo un tentativo, mi scusi se l'ho disturbata.” Snocciolai in fretta, pronta a riattaccare.
“Non mi ha disturbato. Calma, calma. Mi racconti dall'inizio.”
La nostra amicizia cominciò quel giorno.
Un'amicizia soprattutto telefonica. Per forza di cose, visto che abitavamo in due città piuttosto lontane.
Poi, dopo due anni, approfittando di una vacanza di Gino e sua moglie a Pesaro, lo andammo a trovare. Ricordo che, dimostrando una fantasia davvero scarsina, gli comprai un libro di Antony Beevor sul secondo conflitto mondiale.
Un giorno mi disse che gli avrebbe fatto piacere se lo avessi chiamato nonno, perché ormai mi considerava una sorta di nipote adottiva.
Stavamo parlando al telefono e gli feci notare che sì, a furia di leggere libri ero riuscita a ricostruire l'itinerario del Reggimento Artiglieria a Cavallo, e avevo scoperto dove si trovavano il II Gruppo e la quarta batteria subito prima del ripiegamento, ma che, probabilmente, non avrei mai trovato notizie certe di nonno Ezio.
Fu in quel momento che mi propose di chiamarlo nonno.
E, come un nonno, si comportò davvero. All'epoca non me la passavo benissimo, ma lui era presente. Ci sentivamo con una certa frequenza. A volte mi spronava, altre mi consolava, altre ancora mi rimproverava con affetto, e mi spingeva a riflettere.
Ci scambiavamo piccoli regali ogni volta che riuscivamo a incontrarci.
Nel luglio 2006, andai con mio marito e mia figlia a Perugia, in occasione di Umbria Jazz.
Ci portò a pranzo al lago di Piediluco. Uno di quei ristorantini dimessi, che non gli daresti una lira. Mangiammo benissimo, unici clienti, sotto il pergolato. Nonno Gino confabulò con la proprietaria, e io sapevo come sarebbe andata a finire. Impossibile tirare fuori il portafoglio, con lui.
“Quando venite in Umbria siete miei ospiti, non si discute.” Diceva, pacato ma irremovibile.
Quella fu l'ultima volta che lo vidi. Nel salutarci, mi allungò un pacchettino. Dentro - è ovvio, vista la mia passione per tutto quanto si può leggere - un libro, “101 poesie per sopravvivere”.
Anche a sforzarmi, non rammento cosa gli avessi portato io. Il fatto è che, a posteriori, mi sembra di aver dato così poco e di aver, invece, ricevuto tanto.
L'immagine che serbo più gelosamente risale al 2003. Mancava poco alla fine delle scuole, meno di un mese. Mio figlio stava per concludere la terza media, il cui programma di storia comprende, come noto, anche la seconda guerra mondiale.
Mi ero lamentata spesso con nonno Gino del fatto che, sui libri di testo, la Campagna di Russia fosse considerata un episodio marginale. Molti ragazzi di oggi sanno poco o nulla, di quei giorni. Gino mi fece un regalo immenso e, da Pesaro, dove anche in quell'occasione si trovava, prese il treno e venne a trovarmi, accompagnato dalla moglie.
Scesero dalla carrozza ferroviaria, lui con i pantaloni beige in fresco di lana, lei – piccola e rotondetta – appesa al suo braccio, una sportina di plastica nell'altra mano. “Dentro ci sono le scarpe comode. Questi sandali mi fanno venire un male ai piedi!”, spiegò Iole.
Li abbracciai, contenta.
Poi accompagnai nonno Gino alla scuola media. Sarebbe stato professore di storia per un giorno, d'accordo con la professoressa di mio figlio e con il preside. Avrebbe parlato di CSIR e ARMIR, di soldati italiani spesso dimenticati dai libri e dai politici. Senza fare, comunque, del reducismo scontato, di facile impatto.
“Com'è andata?” gli chiesi quando lo andai a prendere. Non avevo dubbi, per i ragazzi era stata di sicuro una mattina coinvolgente.
"Credo di non averli annoiati troppo. E poi, mi hanno chiesto certe cose... senza peli sulla lingua. Sai, sulla Campagna di Russia, sul perché tanti giovani italiani fossero andati là a combattere e sul fatto che ci fossero stati parecchi volontari."
“Dai, sono sicura che te la sei cavata benissimo.”
“Mah, speriamo…”
Nonno Gino era così, sempre pronto a minimizzare, come quando raccontò di quella volta che, tornato dalla Russia, precipitò con un aereo e non si fece nulla.
Riduceva la sua vita grande e piena di cose ai fatti essenziali, ai minimi termini, come una frazione semplificata, cui tutti potevano avvicinarsi senza timori e difficoltà.
La cosa che più gli pesava, degli anni che cominciavano ad accumularsi, era il fastidio di non essere più attivo e indipendente come un tempo. Ma, comunque, sprecava poche parole per i suoi malanni.
L'ho sentito al telefono pochi giorni prima del ricovero in ospedale. Forse la voce era appena un po' più stanca del solito. Ero preoccupata, per la prima volta nonno Gino lasciava trasparire in modo palpabile una certa sofferenza, più che una sorta di protesta per l'età non da ragazzino.
E poi. Se n'è andato.
A Terni, nella chiesa, era tutto semplice, come lui era, come lui voleva.
Ho ancora i suoi numeri di telefono nella rubrica del cellulare, il suo indirizzo e-mail nel PC.
E la sua voce nel cuore.
Patrizia Marchesini
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