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Dal
piccolo rilievo dietro il quale era sistemato il Comando di gruppo, si
distingueva il letto ghiacciato del Don; sull’altra riva erano i
capisaldi nemici. Nell’oscurità della notte tutto il fronte
taceva, ed io mi chiedevo se quella fosse davvero la prima linea. Ero giunto
in batteria poche ore prima, ed al Comando di reggimento il colonnello
mi aveva già detto che il II gruppo si sarebbe dovuto muovere prima
dell’alba perchè destinato al settore di una divisione vicina,
con compiti di rinforzo.
Quando il sole trasformò in oro l’argento del triste paesaggio
nevoso, avevamo lasciato le postazioni da un paio d’ore. Ci fermammo
lungo la pista per la distribuzione dei viveri di conforto e allora –
nella luce del giorno – potei vedere il gruppo al completo. Per
me che provenivo dall’”ippotrainata”, era uno spettacolo
insolito: in luogo di una coreografica fila di cavalli fumiganti, una
composta colonna di sessanta automezzi; invece di un fitto scalpitio soffocato
dalla neve rabbiosa, un contenuto rombo di motori.
Quella fu la mia prima conoscenza con le macchine del gruppo, una conoscenza
che non ebbe bisogno di presentazioni e che si approfondì in breve
tempo fino a trasformarsi in effetto. C’è chi sorride con
aria di sufficienza quando sente parlare di amicizia e di affetto per
una macchina; eppure non dovrebbe essere difficile comprendere il significato
e la ragione di tali sentimenti: basti pensare a cosa è una macchina,
creatura dell’uomo e perciò con i pregi ed i difetti di questi.
Una macchina non è un “oggetto” come un sasso o un
tagliacarte. Una macchina ha un corpo con organi differenziati: ha uno
scheletro, un sistema circolatorio, un sistema nervoso, come gli animali
delle specie superiori. Ha – soprattutto – una propria “vita”,
un proprio “carattere” ben definito e diverso da tipo a tipo.
Forse, a quei tempi, neppure io ero ben certo di queste cose. Ma due fattori esercitarono su di me la loro influenza determinante; i necessari contatti con le macchine, e gli avvenimenti bellici che seguirono. Quanto ai primi, essi erano più vasti di quelli che comunemente
si chiedono ad un sottotenente di artiglieria. In qualità di ultimo
arrivato ebbi, sin dal primo giorno, l’incarico non sempre piacevole
di provvedere alla manutenzione e riparazione degli automezzi del gruppo.
Perciò, quando non ero alla “linea pezzi”, sorvegliavo
gli autisti ed i meccanici cercando di sopperire con il buon senso alla
poca esperienza. In marcia, viaggiavo in coda alla colonna per aiutare
le macchine in difficoltà. Per fortuna, i guasti di una certa importanza
erano rari, specialmente in considerazione del fatto che il reggimento
era al fronte da oltre un anno e non aveva mai avuto lunghi riposi. Gli
autocarri avevano ancora gli specchi retrovisivi, quegli specchi precariamente
incernierati a sbalzo sui montanti anteriori della cabina, che un mio
collega dell’autocentro asseriva essere come il cordone ombelicale
dei neonati, che cade entro il settimo giorno.
Di scansafatiche ce n’erano pochi. Potevano sembrarlo i TL 37 SPA
– cui era affidato il traino dei nostri cannoni – ma le loro
pigrizie mattutine erano dovute soltanto agli artritismi della trasmissioni,
che si riacutizzavano quando la temperatura scendeva sotto i 30° o
40° sotto zero. Anche lo SPA 38 dell’officina era lento e rimaneva
sempre indietro, ma la sua andatura stanca era giustificata dal pensante
carico che portava: né si poteva pretendere che ce la facesse a
correre con i colleghi molto più giovani e potenti di lui.
Le due Millecento del Comando si davano un po’ di arie. Erano normali
berline di colore blu, capitate a sproposito in mezzo a tutte quelle macchine
in divisa, e volevano mantenere le distanze. Per essere delle “borghesi”
bisogna riconoscere che si difendevano bene anche sulla infide piste nevose.
Una di esse, però, aveva un difetto che a lungo andare non le fu
possibile tenere nascosto: la sede di una candela era spanata. Non potendo
si provvedere diversamente, la candela veniva avvitata alla meglio con l’aiuto
di un po’ di stoppa o di spago; ma, nei momenti più inopportuni,
saltava via battendo con fragore contro il cofano, ed il motore marciava
a tre cilindri.
I “626” a benzina costituivano il grosso del nostro autoparco
ed erano, senza metafora, i nostri “cavalli di battaglia”.
Macchine di razza, non si rifiutavano mai alla partenza e la loro faccia
camusa e buona arrivava dappertutto.
Uno di questi si chiamava Carolina.
Carolina ebbe molta importanza nella storia del gruppo perchè il
suo nome è legato agli avvenimenti bellici che si verificano nell’inverno
1942-1943, subito dopo il mio arrivo al fronte. Difatti, mentre il nostro
gruppo era impegnato a sviluppare le sue azioni di fuoco in aiuto della
divisione italiana confinante (la Torino), il nemico attaccò in forze. Ciò che a noi parve –
all’inizio – un’offensiva locale, era invece la prima
fase di quella grande battaglia invernale di cui nessuno può dimenticare
le tragiche conseguenze. Il II gruppo fu richiamato d’urgenza nel
proprio settore reggimentale, ma non fece in tempo a tornarvi. In tal
modo si salvò dall’immediato annientamento, ma rimase tagliato
fuori, in una delle tante sacche che il dilagare della forze corazzate
nemiche aveva cucite intorno ai reparti nostri ed alleati.
L’anabasi del II gruppo si aprì con un combattimento sostenuto
a Mescoff per ritardare l’avanzata avversaria e permettere il ripiegamento
delle nostre truppe. Subito dopo dovemmo caricare sui nostri automezzi
i resti dei due reggimenti bersaglieri della nostra divisione. Erano solo
poche decine di uomini, ma per far loro posto dovemmo abbandonare tutte
le cose non indispensabili e tutti gli equipaggiamenti, compresi quelli
personali che furono ridotti alle coperte ed alle gavette. Per dare maggiore
capienza agli autocarri, si buttarono via anche i tendoni. Questo sacrificio
ci parve grande perchè ancora non sapevamo quel che ci attendeva.
Cinquanta chilometri ad est di Millerowo ricevemmo l’ultimo rifornimento
di benzina. Poi, per dodici giorni, fu un susseguirsi si marce estenuanti,
di speranze senza conferma, di assaliti disperati per aprirci una via
verso la salvezza o per la conquista di un villaggio dove poter passare
la notte al riapro dal gelo mortale. La mancanza di carburante fu la tragedia
più sentita di quei giorni, e la causa della perdita di molte vite
umane.
Quando fu chiaro che non avremmo potuto contare sull’aiuto di nessuno
né ricevere rifornimenti di alcuna specie, abbandonammo e distruggemmo
i trattori: erano mezzi di poca capienza per gli uomini, e consumavano
parecchio. I cannoni furono agganciati ai “626”. Poi fu l’agonia
di questi ultimi. I livelli della benzina scendevano inesorabilmente e
fu necessario sacrificare alcuni autocarri in favore di quelli che trasportavano
il “reparto d’assalto”, ossia gli uomini cui era devoluto
il compito di proteggere la ritirata della interminabile colonna a piedi.
Lungo le piste che noi battevamo e in prossimità delle isbe sperdute
nella steppa, sostavano – senza più vita – automezzi
di tutte le specie e di tutte le nazionalità, a volte isolati,
a volte in gruppi numerosi,; alcuni di vecchio tipo, altri nuovissimi,
forse ancora in rodaggio. E la colonna a piedi si faceva sempre più
lunga, più numerosa, più lenta.
I nostri “626” finirono tutti da veri soldati: con quaranta
uomini sul cassone, dieci nella cabina, un cannone da 75 al traino ed
altri uomini aggrappati a questo, marciarono per giorni e giorni, senza
il più piccolo guasto, fino a che le ultime gocce di benzina non
mettevano il rantolo della morte nei loro cilindri. Allora si fermavano
ai margini della pista, tra le sagome grigioverdi dei caduti e le carogne
scheletriche dei cavalli. Accomunati dallo stesso destino. Più
fortunati furono quelli colpiti dalle granate dei carri armati o incendiati
dalle mitragliere degli aerei; più sfortunati quelli che dovemmo
abbandonare di proposito per dare ad altri qualche chilometro in più
di vita.
Al decimo giorno dall’inizio del ripiegamento, dei sessanta automezzi
del II gruppo non ne rimaneva che uno: Carolina. Portava a rimorchio il
cannone superstite (pressoché inefficiente perchè il terribile
gelo ed i troppi colpi sparati ne avevano guastato i congegni di recupero)
ed un impossibile grappolo di uomini addosso. Non altro, perchè anche le provviste di viveri erano finite da parecchio e non ci rimanevano
che un sacchetto di zucchero da mescolare con la neve ed alcuni litri
di cognac. Sembrava inverosimile che quel motore e quel telaio riuscissero
a tirare avanti con tutto quel carico. E per quanto ancora? Quanta benzina
rimaneva?
Purtroppo la risposta a queste domande non tardò a venire.
Alle undici di sera del 31 dicembre, sotto il cielo stellato ed in un
paesaggio smaltato dalla luna, anche Carolina si fermò. Aveva potuto
marciare sino a quel momento perchè la previdenza dell’autiere
aveva messo da parte, in tempi migliori, una piccola riserva di carburante.
Ora tutti i kanisters erano vuoti, e lo sapevamo. Provammo, tuttavia,
a rovesciarli ancora una volta nell’alimentatore, per spremere le
ultime gocce. Nulla. Solo il kanister del cognac opponeva alle nostre
braccia stanche il peso consistente del suo contenuto. Qualcuno, timidamente,
fece un’assurda proposta e subito, senza esitazioni e senza parole,
il cognac fu versato nel serbatoio. Ma non valse a rianimare il cuore
generoso di Carolina: pochi starnuti bolsi furono la sola risposta alle
nostre speranze.
Poteva Carolina! Portammo via il distributore del suo spinterogeno con
la stessa mestizia con cui chiudevamo gli occhi ai morti. Quel distributore
e l’otturatore del cannone erano ormai gli unici ricordi tangibili
del nostro gruppo di artiglieria.
Ma la storia di Carolina non termina qui. Difatti quella stessa notte
raggiungemmo – inaspettatamente – le linee amiche, e l’indomani
una nostra pattuglia recuperò Carolina ed il suo cannone.
Due giorni dopo Carolina volle testimoniarci la sua riconoscenza con un
regalo: dal suo cofano per attrezzi vennero fuori un’oca morta ed
una gallina agonizzante. Benché non fosse stato possibile stabilire
la data di decesso dell’oca, un ottimo brodo attenuò la nostra
fame arretrata; la gallina, sottoposta a speciali cure, si riebbe e ci
servì in seguito.
Di lì a qualche tempo il II gruppo venne riorganizzato ed ebbe nuovi
autocarri. Tuttavia Carolina era considerata il solo “nostro”
automezzo. Non potevamo fare a meno di pensare che, se i superstiti del
gruppo erano riusciti a rompere l’accerchiamento, era in gran parte
merito dei nostri automezzi. Fin che avevano potuto, essi ci avevano dato
la mobilità indispensabile al combattimento, avevano trainato i
nostri pezzi permettendoci di tenere a bada i carri armati, erano stati
un’isola di salvezza nel marasma che tentava di travolgerci, e ci
avevano fatto economizzare preziose energie. Per questo, Carolina era
per noi molto più di un autocarro. certo era buffo vederla camminare,
così ridotta: sparita ogni sovrastruttura, perso il tubo di scarico,
le centine contorte, il cassone deformato; e, inoltre, il treno posteriore
spostato lateralmente di un palmo, così che ne risultava un’andatura
di sbieco che ricordava molto quella dei cani. tuttavia a noi sembrava
bella lo stesso e ci bastava sentirla cantare con la voce piena dei sui
sei cilindri – come se il suo motore fosse uscito allora dalla fabbrica
– perchè nascesse in noi la speranza di dimenticare, un giorno,
ciò che era stato.
Carolina rientrò in Italia con noi, su un pianale agganciato alla
nostra tradotta. Trecento uomini e un autocarro: tutto quello che restava
nel nostro reggimento.
Sottotenente
Gino Papuli
II gruppo 120° reggimento artiglieria motorizzato
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