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da "Fronte russo: c'ero anch'io", a cura di Giulio Bedeschi,
ed. Mursia, Milano 1983
In questo episodio, che Papuli
racconta senza retorica e senza sentimentalismi, traspare con drammaticità
l’avvicendamento della ritirata. I rapporti umani tra i soldati
italiani sono minati da continue situazioni di logorio emotivo e da scelte
da prendere loro malgrado. Si è ormai abituati a tutto anche se
di fronte a certe scene di violenza “gratuita” c’è
ancora un moto di indignazione soffocato, però, da un senso di
impotenza: ormai certe cose si possono solo subire. Un senso di amara
rassegnazione lascia intendere tante domande che non avranno risposta
nemmeno dallo scenario naturale che sembra acuire l’assurdità
della circostanza, offrendo una scena spettrale e cinica che cade sull’uomo
in guerra.
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* * *
La
colonna procede lentamente per la necessità di mandare pattuglie
in avanscoperta. Da molti giorni dormiamo pochissimo e mangiamo quando
capita. Più spesso beviamo litri di caffè che otteniamo
per infusione dopo aver schiacciato i chicchi con una bottiglia. Stamane
il caffé era quasi a bollore quando un colpo di mortaio ha mandato
per aria la marmitta. Ci siamo dovuti accontentare di ingoiare zucchero
e neve. Non abbiamo più gavette né posate: quelle rare volte
che si può cuocere della pasta (di cui abbiamo salvato un sacchetto)
mangiamo a turno in scatole di latta con degli zeppi di legno. Il sonno
è il nostro maggior nemico perchè induce al torpore ed al
congelamento. Capita che la colonna si spezzi qualora, dopo una ennesima
sosta, tutti quelli che sono in un certo autocarro si siano addormentati
e non si accorgano che gli altri davanti sono ripartiti. Ci siamo fermati
alle primissime case di Mariewka. È passata la mezzanotte, è
il 28 di dicembre. Vengo a sapere dal capitano Rosa che nel paese vi sono
truppe romene; i reparti italiani appiedati sono invece già partiti
per continuare a tenere su di noi quella mezza giornata di vantaggio che
serve (o meglio dovrebbe servire) a rendere efficace la nostra azione
di retroguardia.
Il cap. Alari mi ordina di mettere un pezzo della mia sezione in posizione
anticarro sulla strada da cui siamo giunti. Troviamo una posizione defilata
nel giardinetto di un'isba. Stabilisco i turni di guardia con il serg.
Baraldi, ed entro nella casa gia stracolma di gente, in prevalenza bersaglieri.
Qualcuno viene a dirci che lì presso c'è una specie di infermeria
dove sono stati ricoverati i feriti ed i congelati più gravi della
divisione Sforzesca, in attesa di un ipotetico trasporto nelle retrovie
(ma tutti sanno che siamo in una sacca sin dal giorno 18). Andiamo in
cerca del nostro medico s. ten. Vitolo e gli chiedemmo se non ritenga
opportuno ricoverare il s. ten. Santi. Non è una decisione facile,
in quanto è quasi certo che tutta questa specie di lazzaretto cadrà
entro poche ore in mano ai russi i quali - è noto - non si preoccupano
gran che dei feriti ed inoltre scarseggiano di medici. D'altra parte Santi
è malato gravemente e spesso delira. Se continuerà con noi
avrà una sorte ancora più incerta: sia per gli strapazzi,
sia per il prossimo esaurimento della benzina (e lui non è in grado
di marciare a piedi), sia perchè tutta la colonna può essere
attaccata e distrutta da un momento all'altro. Cosi viene deciso di lasciare
Santi. Andiamo a dirglielo ed egli con nostro gran sollievo sembra accettare
di buon grado la soluzione che gli si prospetta. D'altra parte, anche
se la sua mente non è sempre lucida, capisce bene che le sue condizioni
non gli consentono di procedere con noi. Così lo prendiamo a braccia
e lo trasportiamo nella casa che ci hanno indicato, una costruzione a
due piani, cosa piuttosto insolita nella zona. Saliamo a fatica le scale
di legno e ci troviamo in uno stanzone appena rischiarato da due o tre
lucerne ad olio e completamente riempito di infermi: pochissimi su letti
e pagliericci, la maggioranza a terra sotto coperte, pastrani, stracci.
Tutti sembrano dormire, vi è un silenzio irreale. Trovare un posto
per Santi sembra impossibile. Finalmente uno dei soldati addetti ci mostra
un angolo in fondo allo stanzone: per raggiungerlo dovremo attraversare
questo pavimento di corpi, per di più sostenendo Santi che non
può reggersi da solo. È una impresa difficile; lungo il
percorso perdo l'equilibrio e sono costretto ad appoggiarmi con un braccio
ad un branda vicina: urla altissime si levano dal mucchio di coperte che
ho urtato. Gli altri si svegliano, molti forse senza neppure comprendere
il motivo delle urla cominciano anch'essi a gridare e a lamentarsi. Alla
fine raggiungiamo l'angolo indicatoci, sistemiamo a terra Santi sul suo
sacco a pelo. Il posto è tanto piccolo che non può neppure
allungarsi del tutto. Pur senza confessarlo, temiamo l'addio fingiamo
indifferenza e cerchiamo di far credere a Santi che torneremo a trovarlo
durante il giorno. Lui ci crede o finge di crederci. Non ci vedremo mai
più.
Dopo circa un'ora - sono le due di notte - si riparte su allarme. È
sorta la luna a rischiarare la strada. Il solito estenuante procedere
a piccole tappe, le necessarie puntate esplorative prima di accedere ad
ogni centro abitato. Durante una delle soste mi lascio vincere dalla stanchezza
e resto nella cabina del camion. Vengo risvegliato da colpi intervallati
d'arma da fuoco che sembrano molto vicini. Scendo e corro verso la testa
della colonna; raggiungo D'Aquino, non sa chi spari, procediamo insieme.
Ed ecco chi spara: sono i tedeschi (un reparto unitosi a noi all'inizio
della ritirata) che stanno giustiziando alcuni partigiani catturati, forse,
giorni prima e tenuti sino allora come ostaggi o - più probabilmente
- come guide. Siamo ormai abituati a tutto, ma la scena è terrificante:
l'esecutore è sul margine della strada, prende il russo con la
sinistra per il colletto, alle spalle, e gli dà uno spintone mandandolo
oltre il ciglio della strada, nel campo. Contemporaneamente, con la destra,
tira un colpo di pistola in direzione della nuca. Il colpito, per effetto
della spinta, fa due o tre passi barcollanti e si abbatte bocconi nella
neve. Così, uno dietro l'altro, senza un moto di ribellione, senza
un gemito, senza una parola; sono, ora, una dozzina di sagome informi
nei loro goffi indumenti invernali, nere nel biancore lunare della steppa.
Gino
Papuli, sottotenente del II gruppo 120° reggimento artiglieria
motorizzato
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